Torna Dan Israel, il frontman dei Cultivators con un nuovo interessante lavoro a dare impulso alla categoria dei songwriters davvero poco frequentata in questo 2005. Come racconta il titolo Dan va alla riscoperta delle proprie origini e sceglie, non a caso, di fare l’One-Man-Band suonando tutti gli strumenti. Il disco parte con la rockegggiante Good times, che potrebbe tranquillamente essere nelle air-play delle radio di flusso sia europee che statunitensi, le seguenti due songs Written on My Face e Settle with Me sono calde, melanconiche ballate eseguite con delicatezza e quasi sussurrate, sembrano quasi essere uscite da qualche scantinato anni ‘70, tanto per ispirazione che per la melodia e sia per il modo di suonarle, soprattutto la splendida Settle with Me, una tra le più belle canzoni dell’anno.
Question trova una chitarra elettrica a segnare il tempo di una canzone rock anche se sembra suonata in una sala prove dopo la mezzanotte quando i vicini incominciano a protestare, Cold Cold Winter riporta tutto sulla ballata, chitarra a segnare il tempo ed il fiato di Dan sembra appannare il vetro di una finestra dalla quale si può vedere la neve con i suoi fiocchi, scendere lieve come le note di questa canzone. Il rollingstoniano intro di Turnin’ It Down ci fa scrollare la neve che ci si era depositata addosso e rimanda ad uno stile di fare canzoni che amo tantissimo e che mi emoziona sempre come del resto l’ascolto della ballata per antonomasia del disco dal titolo 2822, lenta e cadenzata che sembra persa nello spazio e nel tempo ed in compagnia della quale nel nostro lettore mp3 saremmo capaci di camminare per chilometri e chilometri senza mai stancarci e forse senza neanche accorgecene. Be by me ha un suono diverso, è cambiata la chitarra che ora è l’unica protagonista, insieme alla voce e viaggia alla sua stessa altezza, con Mystery Train si ritorna alle atmosfere melanconiche che pervadono l’intero disco costruite sul classico giro dove a fare la differenza non sono i tre accordi maggiori ma quell’unico accordo in minore, incantevole. In the Cards è una ballata sbilenca, trasversale, costruita sulla chitarra acustica dove fa la sua apparizione in conclusione una bella chitarra elettrica che sfuma, purtroppo, troppo in fretta. Con Ain’t Nobody sbucano suoni da anni ‘60, Left out è un’altra delle mie canzoni preferite che mi induce a buoni sentimenti e mi riappacifica con il mondo intero così come One Last Time, lenta e giocata tra due chitarre acustiche. Plenty è un rock-blues sporco e notturno che si scioglie nel ritornello, il disco si conclude con la pianistica Every Single Day che mette il sigillo su queste 15 splendide composizioni. Il tutto mi ricorda i “Basement Tapes” di dylaniana memoria, tutto il disco è costruito con luci soffuse, cantato come se Dan avesse paura di disturbare chiuso nella sua cantina. Io trovo che questo Dan Israel sia un disco stupendo, niente a che vedere con i Cultivators ma molto a che spartire con i vari Young, Dylan e compagnia bella, un disco che fa della musica una vera poesia, un disco che ti conquista, ti commuove e che dopo averlo ascoltato non ti lascia più lo stesso di prima. Grazie Dan per averci mostrato la tua anima.
