Non capita di rado che le strade secondarie conducano a grandi scoperte. Piccoli percorsi sconosciuti, a volte imboccati per puro caso, rivelano sorprese che mai avremmo immaginato. Così accade per la musica, per il cinema, per la letteratura, nel loro senso più vero. Quel tipo di arte che ancora esiste, per fortuna, basta avere la forza di non accontentarsi e di cercarla.

 

Mi sono avvicinato a questo disco con circospezione. Ne avevo sentito parlare, mi aveva incuriosito. E come un fulmine a ciel sereno si è fissato in un punto preciso della mia prospettiva, il lettore cd, e difficilmente, in questi ultimi mesi, ne è uscito per più di due o tre giorni di seguito.
Brandi Carlile è ben più di una giovane promessa. Nata a Ravensdale, una piccola cittadina isolata a circa 50 miglia da Seattle, stato di Washington, appena 25 anni fa, oggi è già un’artista di culto negli States. E se si ascolta The Story, il suo ultimo album uscito pochi mesi fa, non abbiamo problemi a crederlo.
Il percorso di Brandi è simile a quello di moltissimi suoi colleghi. Una passione innata per la musica, una famiglia che la consolida, i primi passi come corista per uno dei tanti cloni di Elvis, poi esibizioni da sola in piccoli club di provincia, la scoperta di una band che, una volta scioltasi, contribuisce a delineare la sua fortuna. L’occasione arriva nel 2005, quando la Columbia, mica una qualsiasi, la mette sotto contratto. L’album che ne risulta, dal titolo omonimo, mostra già chiaramente di che pasta è fatta. E qualcuno non impiega molto a notarlo, tale T-Bone Burnett, un nome che dirà sicuramente più di qualcosa a molti appassionati del genere e non. Se uno come lui si muove, il motivo deve pur esserci, e in questo caso è rappresentato da una voce straordinaria, calda e avvolgente, e un songwriting di sicuro spessore, non certo comune di questi tempi. Nel tentativo di delineare le coordinate entro le quali si disegnano le sue composizioni posso citare qualche nome: l’Elton John di Tumbleweed Connection, Bob Dylan, James taylor…
Diciamo che Brandi si muove completamente a suo agio nella grande tradizione americana. Nelle sue canzoni si possono cogliere marcati elementi rock e divagazioni folk acustiche, il tutto condito da una sottile venatura pop che rende i suoi brani immediati e accattivanti sin dal primo ascolto. La voce, poi, è il valore aggiunto. Se già l’album omonimo adombrava i connotati di una giovane promessa (si ascoltino la sapida What Can I Say, piccolo gioiello folk-rock, le ballate Coser To You e Happy, quest’ultima dotata di una melodia da applausi, e il pop gradevolissimo di Fall Apart Again), la nuova fatica rivela già una maturità sorprendente, e questo anche grazie alla produzione di Burnett, che nel caso in questione si limita a ritoccare e non a forgiare una materia prima di qualità superiore. Le elettriche The Story e My Song sono esempi notevoli di un rock accattivante supportato da una voce che merita solo di essere ascoltata, i toni pastello delle incursioni folk acustiche di Turpentine e Josephine ci immergono completamente in una tradizione che il suo talento rinnova in modo esemplare, il country di Have You Ever è un altro tassello elettroacustico in un mosaico quasi perfetto. I due gemelli Hanseroth, Phil e Tim, donano un grosso contributo in fase compositiva ed esecutiva (rispettivamente basso e chitarre), mentre Matt Chamberlain alla batteria e Josh Neumann al violoncello sono due solide garanzie. Da notare la presenza di Amy Ray e Emily Saliers, meglio conosciute come Indigo Girls, che danno man forte nella splendida Cannonball, altro affresco acustico di notevole spessore. Non ci sono canzoni sotto le media, i 13 brani scorrono che è un piacere, dall’iniziale Late Morning Lullaby, un biglietto da visita che ci invita ad approfondire la conoscenza, passando attraverso Shadow On The Wall, un folk oscuro e malinconico, Losing Heart, una cavalcata elettrica che ricorda alcune inflessioni di Lucinda Williams, fino a giungere a Until I Die e Downpour, due bellissime ballate che si sciolgono come neve al sole. Menzione a parte per Wasted, una slow song che amo particolarmente, con quel suo refrain da brividi e una linea melodica semplice ed essenziale. Degna di nota anche la lunga Again Today, che chiude l’album prima di una chicca, la ghost track Hiding My Heart, altro brano acustico che ci fa rimpiangere solo il fatto che ormai siamo alla fine. Le canzoni di Brandi attingono alla quotidianità, alle sensazioni della vita di ogni giorno, quella più vera. L’inizio di ogni storia.
David Nieri

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