Siamo i “ragazzi” di oggi???…

Sabato mattina il Gr ha ricordato che era il compleanno di Springsteen… sono passati 31 anni da quando suonò per la prima volta in Italia a Milano. Ho pensato a me 31 anni fa in quello stadio, un universitario di belle speranze, spensierato, con la musica nella testa e con tante idee (a volte bislacche). Mi guardo, 31 anni dopo e mi scopro ad avere esattamente come allora ai piedi un paio di All Stars, addosso un paio di jeans sdruciti e tagliati, una tee ed uno zaino in spalla. Continuo ad avere idee (a volte bislacche), delle speranze e la musica sempre in testa. Apparentemente (capelli a parte) non sembra essere cambiato niente a parte il fatto che sono diventato grande, ho un lavoro, una moglie, un figlio e una vita alle spalle e quel signore con la bandana in testa per il quale 31 anni fa avrei dato tutto pur di poterlo vedere suonare ora mi regala solo una enorme tristezza. Sono cresciuto essendo me stesso, facendo enormi cazzate ma anche tante cose giuste, la musica che ascolto si rinnova giorno dopo giorno e le emozioni che mi regala sono sempre quelle belle che mi ha sempre regalato, se nell’85 erano i Prefab Sprout, ora sono gli Arcade Fire… credo di essere un figlio del mio tempo, a volte ritorno a giocare con l’Amiga ma non vedo l’ora che esca qualcosa di nuovo per PS4 per poterci giocare ore ed ore con mio figlio, a volte mi capita di ascoltare Lloyd Cole, Smiths, Springsteen ma poi dopo quel momento mi metto a ballare con The XX, a sognare con The War of Drugs e a cantare con Jake Buggs. Certe cose mi hanno fatto crescere, non le rinnego, sono parte di me e lo rimarranno per sempre, ma ora sono un altro, tutto quello di cui ho bisogno è di vivere ora e qui, non ho bisogno di riti collettivi o di ricordare i bei momenti passati o le emozioni di adolescente per sentirmi vivo, sono vivo e sono qui (questo però lo diceva già Baglioni…) l’unica domanda che mi pongo è: ma come dovrebbe vestirsi un cinquantatreenne? Ricordo giacche, cravatte, mocassini di mio padre e dei suoi amici… quindi non so… nel dubbio… io continuo a mettere le mie All Stars, i jeans tagliati, una tee e  lo zaino in spalla e continuo a vivere di questo tempo in questo tempo.

The Tallest Man On Earth – Dark Bird Is Home

Busted!

Come questo piccolo uomo riesca a provocarmi emozoni musicali inenarrabili resta un mistero inesplicabile, sta di fatto che dopo appena due accordi e 4 parole sento l’intestino stringersi, aggrovigliarsi e lo sento gridare di voler uscire. Non serve nemmeno chiudere gli occhi perchè la voce e la musica di Kristian mi proiettano in qualunque momento, in qualunque situazione in un universo a parte dove le emozioni più recondite, le lacrime mai piante, le ferite mai rimarginate, la storia della mia vita scritta e ancora da scrivere mi vengono strappate dall’anima da una mano invisibile che le porta fuori e me le sbatte in faccia. Non credo sia mai esistito o esista nessun altro che sia mai riuscito a fare quello che riesce a fare Kristian con la sua musica, ad ogni brano è come se tutto quello che porto dentro venga spinto fuori come l’aria quando si ha un macigno sui polmoni; é una attesa mai espressa, un desiderio di qualche cosa, un tendere al realizzarsi di un sogno… quello che mi fa letteralmente impazzire è che non è razionale, è la pancia che governa le emozioni più vere e la pancia… la sento scoppiare. La mia percezione della musica è del tutto emozionale, non mi importa chi, con chi e di che musica si tratti… la musica mi arriva e quando lo fa mi investe come uno tsunami e spazza via le mie deboli difese in un attimo, mi lascia nudo, senza difese al cospetto con la parte più vera, più nascosta più misteriosa di me stesso, quella parte che tento di negare, di nascondere, di cancellare sovrapponendovi pensieri, azioni e ragionamenti che davanti a questo Dark bird is home non mi lasciano alcuno scampo e provo un sadico compiacimento nel rigirarmi in questo stato di dolorosa presa di coscienza di quello che realmente sono, di quali siano i miei desideri e di quello che potrei e dovrei essere… così continuo ad ascoltarlo… a nastro, senza avere una canzone o un riff preferiti ma abbandonandomi totalmente alle maree di emozioni che il disco mi elargisce copiosamente ogni secondo che passa.
Emozioni, emozioni ed ancora emozioni come in un pozzo senza fondo che anelo percorrere per sempre.

 

Take me now, Patti, here as I am

Lo confesso, era il mio primo concerto di Patti Smith e quello che ho provato quando è salita sul palco è stato un insieme  di sensazioni contrastanti… fragile ma nello stesso tempo dura come l’acciaio, nonna ma anche di una freschezza, forza ed energia da fare invidia ad una ventenne, una grande umanità, semplicità ed empatia ma anche circondata da un carisma che la fa sembrare ultraterrena. Lei è Patti Smith e riesce a riunire 3 o forse 4 generazioni ad ogni suo concerto, ognuna delle quali vive il momento in maniera differente ma non fa niente perchè il suo magnetismo alla fine porta tutti li dove c’è lei, alla sua presenza, alle sue parole e alla sua musica. Il tour acustico mi ha permesso di entrare in intimità con lei, di penetrare nel profondo dei testi, delle storie, dei racconti e di cogliere l’essenza di cosa rappresenti questa donna straordinaria. Si muove, parla al cuore, saluta, è felice di essere su quel palco per la milionesima volta anche se sembra la prima per quanta freschezza ed entusiasmo riesca a trasmettere. Patti brilla di luce propria e all’intro di piano di Pissing in a river la commozione ed il contatto con la sua anima è totale, avrei voluto dirti  grazie Patti per avermi accompagnato con la tua musica per tutti questi anni e grazie per esserci perche senza di te sarebbe mancato qualche cosa di importante nella musica e dentro di me.

Ben Howard – I Forget Where We Were

Dilaniato…

Ci sono dischi che fanno troppo male ad essere ascoltati, dischi dei quali fa troppo male parlare, dischi coi quali è difficile pensare… sono quei dischi che ti tolgono il fiato, ti sollevano la pelle, ti aprono la carne e ti mettono a nudo l’anima, sono quei dischi che non dovrei comprare, quei dischi che una volta in più mi fanno capire come la musica possa essere devastante. Dopo l’ascolto del disco di Ben Howard mi sento come ridotto alla julienne eppure non riesco a rinunciare alla musica perchè è come una droga senza di lei starei di merda e con lei, come in questo caso, sto di merda. Sono 10 leggere, impercettibili passate di un bisturi affilatissimo le canzoni contenute in questo I Forget Where We Were, mi accorgo di loro solo quando il mio corpo incomincia a sanguinare e vedo colare il caldo, viscoso liquido rosso, lo sento allargarsi sotto di me e lo guardo uscire copioso, lo guardo e non posso farci niente, lo osservo fuoriuscire e mi sento debole, impotente, sento la testa vuota, il corpo, o quello che ne resta, è abbandonato, poveri resti di carne umana che diventeranno presto un pasto per le mosche. La mia anima fluttua sopra di esso, la vedo sul soffitto che sta abbandonando le sfumature di colore per diventare sempre più nero, l’ultimo sogno cerca di insinuarsi dentro la mia debole mente, un sogno che diventa immediatamente uno sfocato ricordo e viene anch’esso inghiottito dall’oscurità. Non ho più forza per reagire è il momento di lasciarmi andare e mi abbandono definitivamente alle acque che trasporteranno quel che resta di me lontano da quel sogno, lontano dalla mia anima, lontano da tutto.

Respect

Una volta c’erano i negozi di dischi, Raistereonotte, Mucchio Selvaggio, Buscadero, Velvet, Rockerilla… in media riuscivo ad ascoltare 3 dischi su 10 di quelli che acquistavo e dei rimanenti, 5 in media erano stati una buona scelta… i restanti due non sempre azzeccati. Bisognava interfacciarsi e trovare le giuste sinergie col recensore di turno o riuscire ad ascoltare qualcosa tra i solchi dei vinili messi a disposizione dai generosi gestori dei negozi! Il dibattito che ne nasceva era solo ed esclusivamente sulla scelta… “se avessi potuto ascoltarlo forse non lo avrei acquistato” (anche se non sempre questa affermazione corrispondeva al vero perchè un disco, che piaccia o no è un disco, un tesoro prezioso, comunque musica, comunque una emozione e lo avrei comunque portato a casa). Ora tutto è cambiato, ora c’è spotify, c’è youtube e prima di acquistare un disco ho tutte le opportunità per ascoltarmelo in lungo e in largo.
Dopo questo mi nascono spontanee due riflessioni.

1. Mi manca assolutamente il gusto della scommessa, della conquista, dello stupore… il tornare a casa con un disco chiuso, effettuare i riti del caso (apertura, annusamenti vari…) ed ascoltarlo per la prima volta, lasciarmi pervadere e lasciare fluire tutte le sensazioni… manca assai!!!
2. Non sopporto i dibattiti in merito, le recensioni tecnico-rimembranti e i giudizi sparati su qualsiasi piattaforma virtuale o cartacea che sia. Se un disco mi piace lo compro e lo ascolto, altrimenti non lo compro e non lo ascolto. Nessuno è più obbligato a comprare un disco a scatola chiusa e incazzarsi perchè si aspettava di più…

La musica che ascoltiamo è bella, non deve rispettare tempi, bpm, suoni o trend radiofonici e discografici. Io penso che un artista “dei nostri” se se ne esce con un disco, lo faccia perchè è convinto di avere qualcosa da dire, quello che in quel momento della sua vita vuole dire a noi tutti. Come tutto nel mondo può incontrare totalmente, o in parte o per niente il mio favore… ma mi sento comunque di rispettare, lui, lei, la band, chiunque abbia buttato anima e corpo in quel disco lo stesso rispetto che sento di avere sia per le band locali sia per qualunque nome di una Major (stronzo o simpatico che sia)… la musica arriva e lascia un segno e rispetto e ringrazio tutti quelli che fanno questo “sporco mestiere” senza i quali sarei completamente smarrito.

Breathe owl breathe – Passage of pegasus

Senza via d’uscita

Un disco ha la sua anima, il suo carattere una sua personalità. Un disco è come un riflesso dell’anima, risponde a quello di cui ho bisogno in un determinato momento della mia vita e continua a farlo perchè dentro di esso avrà sempre le risposte che cerco, può cambiare il tempo, l’età, l’umore, può cambiare qualunque cosa ma un disco per me resterà sempre uno specchio della mia anima. Un disco è fedele, è sincero e non mi nasconde mai nulla. Uno stesso disco può darmi in momenti diversi sensazioni diverse dalla pace alla disperazione, dalla gioia al dolore, da una stretta allo stomaco ad una risata a crepapelle. Un disco paca od ingigantisce i miei stati d’animo, un disco mi fa pensare, mi fa sognare mi porta ad uno stato di consapevolezza di me stesso, della mia condizione che nulla al mondo potrebbe riuscire a fare. A volte mi capita, e questo è uno di quei giorni, di imbattermi in cose come l’ultimo di Breathe owl breathe… che risulta essere devastante… e allora tutto cambia, tutto assume una luce diversa e capisco che quello che pensavo, che credevo e che speravo, oggi non è più valido. Passage of pegasus, questo è il titolo, mi ha resettato, mi ha tolto il fiato è un inizio, è una fine ma non è una risposta, resta sospeso, indecifrabile scolpito sulla mia pelle come una cicatrice che non riesce a rimarginarsi completamente che ascolto dopo ascolto si apre e poi si chiude ed ogni volta mi lascia con le bende in mano a chiedermi perchè continui ancora ad ascoltarlo, perchè nonostante tutto, continui ancora a farmi inondare da lui e quante pareti dovrò continuare a spezzare per arrivare alla sua verità senza continuare a ferirmi senza che un giorno mi invada e l’altro mi getti nella polvere? Un disco che non mi lascia il tempo di sognare perchè subito mi chiude ogni strada che pensavo avesse aperto. Mi è impossibile rinunciare quindi non mi resta altro da fare che continuare a perdere e a perdermi dentro di lui.

Miami & the Groovers – No Way Back (CD+DVD)

Una magia formato tascabile…

Il silenzio assordante che è calato sull’uscita di No way back è qualcosa di misterioso, incomprensibile ed enigmatico… Quante band indipendenti in italia sono in grado di pensare, realizzare e produrre un CD e DVD Live, di curarne il packaging fin nei minimi particolari e di venderlo a 18€? Amiche ed amici delle Backstreets… io dico che un avvenimento così andrebbe pubblicizzato e consacrato come una ricorrenza straordinaria, ma citando Laozi: fa sempre più rumore un albero che cade di uno che cresce e le grandi cose prodotte dalle band italiane che si spaccano la schiena, che gettano l’anima e che macinano km e km in giro per il paese sono “meno interessanti” di un qualsiasi cofanetto commemorativo con due bonus tracks di un cazzone americano qualunque. Leggi tutto “Miami & the Groovers – No Way Back (CD+DVD)”