Eels – Wonderful, Glorious

Cast Away

Non so perchè ma quando ascolto qualcosa partorito dalla mente di Mark Oliver Everett ho come la sensazione di rtrovarmi sempre nei panni di un Robinson Crusoe naufrago su di un’isola deserta con tutte le ansie, le paure, le scoperte e le angoscie che questo comporta. Con ogni loro nuova uscita, gli Eels, mi lasciano perennemente spiazzato, è vero che alcune cose si ripetono come un marchio di fabbrica, ma quell’accordo che non mi aspetto, quei vuoti e quei pieni improvvisi mi fanno sentire come se dietro ogni cespuglio, ogni pianta, ogni duna di quell’isola non sapessi mai cosa aspettarmi. Insomma so che forse troverò cose che nella mia mente logicamente mi aspetterei di trovare ma quella sensazione di inaspettato, di ignoto rimane sempre e così, armato del solo machete, non mi resta altro da fare che innoltrarmi nella boscaglia che a volte lascia tutto al buio ed altre invece regala sprazzi di luce accecanti. Leggi tutto “Eels – Wonderful, Glorious”

Mattew E. White – Big Inner

Anche da adulto faccio oooh

Fin quando continuerò a meravigliarmi come un bambino davanti ad una cosa nuova, possa questa essere il mare, una conchiglia, i fuochi d’artificio o il pongo… vorrà dire che sono ancora vivo. Lo stupore che provo ogni volta che ascolto un disco è una stilla di vita e di gioia che mi fa essere più vivo che mai e un grido di stupore (oooooh), lo emetto veramente ogniqualvolta mi si presentano dischi come questo. I riferimenti musicali presenti in questo Big Inner sono tanti e potrei perdermi cercando di annotarli tutti, quindi non penso a quanti e quali gruppi si ritrovino in queste canzoni, quanto alle reminescenze care ed alle amate sonorità che hanno accompagnato la mia vita. Per utilizzare ancora a paragone l’animo dei bambini, l’esempio che più si avvicina a quello che provo è legato ai peluches. Leggi tutto “Mattew E. White – Big Inner”

Un omaggio ad un grande uomo libero

Avevo 10 anni, in casa mia c’erano 4 dischi: Azzurro di Celentano (classico), La buona novella di De Andrè (che non sono mai riuscito ad apprezzare),  Jannacci Enzo di Jannacci (adorabile), e Far finta di essere sani di Giorgio Gaber.

A quell’età non potevo capire la musica ed i testi di quel disco, ma me ne innamorai perdutamente fino a consumarlo, fino a conoscerne persino i click dovuti dall’usura degli ascolti.

Crescendo quell’amore si è amplificato ed è maturato, ho incominciato a comprenderne i testi e quelle canzoni e quei monologhi mi hanno fatto entrare in sintonia con quell’uomo che diceva delle cose col sorriso sulle labbra, ma cose vere che dicevano dell’uomo, dicevano di me, descrivevano le paure, le emozioni, le senzazioni, le gioie e la rabbia che sono dentro ognuno di noi. Mi ci sono ritrovato, mi sono scoperto, mi sono aperto al mondo e in quelle parole e musica ho trovato insegnamento, confronto, consolazione e una grande affinità.
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Para(disk)noyd!

A volte sono preso dallo sconforto al pensiero di avere di già ascoltato tutto quanto di bello la musica aveva da offrire e questo accade, ogni gennaio, da più di trent’anni. Ho il terrore che non ci sia più niente di bello da ascoltare, che le combinazioni infinite di quelle benedette dodici note (compresi i diesis e i bemolle), non siano poi tanto infinite e che alla fine ci si possa appiattire in un monotono ronzio di sottofondo. Mi chiedo per quanto tempo si potrà continuare a creare musica, se sia questo l’anno in cui tutto finirà, se ci sarà mai più qualcosa che mi potrà emozionare, esaltare, commuovere, darmi piacere… ed ogni anno, come per magia vengo sommerso e ricolmato di suoni, colori, emozioni, sensazioni che mi restituiscono la speranza e la vita.
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Keaton Henson – Dear

Nessuno uscirà vivo da qui

Keaton Henson mi ha strappato l’anima. Disarmante e lacerante. Dear ascolto dopo ascolto, mi svuota completamente, mi prosciuga, mi lascia come una marionetta senza più fili a sorreggerla, mi squarcia lasciandomi agonizzante e nonostante questo non riesco a smettere di ascoltarlo. Come può un disco avere un effetto tale su di me, come può la musica suscitare emozioni tali da condizionare i miei pensieri e le mie azioni, come posso sfuggire a tutto questo? Come una barca alla deriva dopo una tempesta in balia dei venti e delle correnti, come uno degli alberi che oggi vengono scossi dal vento e colpiti dalla pioggia senza potervi opporre resistenza, come un gelo che mi stringe sempre più nella sua morsa, come una forza esterna che comprime tutti i miei principali organi interni… eppure non riesco a farne a meno, non riesco a smettere di ascoltarlo. Ho come l’impressione di provare un piacere sadico nel farmi scorticare a sangue dalle canzoni di Dear, nell’abbandonarmi anima e corpo al suo incedere e nell’annullarmi completamente dentro la sua musica ed alle sue parole. Keaton è un artista, un illustratore, ha fatto solo un unico concerto nella sua vita che non è più riuscito a bissare a causa delle sue crisi di panico, in questo disco non doveva dimostrare niente se non che ha aperto il suo cuore e squarciato il mio. La voce di Keaton mi pervade, mi penetra, mi sussurra e trasmette emozioni indescrivibili, la chitarra, utilizzata per lo più in fingerpicking, insieme ad altri pochi strumenti è una lama che penetra dolcemente nella carne, non ne avverto il dolore se non quando, alla fine dell’ascolto, mi ritrovo ogni volta, irrimediabilmente, con ferite aperte brucianti e pulsanti. Keaton parla di sè in maniera pura, diretta, incontaminata, apre il suo cuore, la sua anima e lascia che le sue emozioni, le sue paure, le sue senzazioni entrino dentro di me come in una trasfusione sanguigna da vena a vena. Questo disco mi fa paura ma ne sono allo stesso tempo attirato, affascinato ed estasiato, pura poesia musicale, di quella che non ascoltavo da tempo, di quella che non lascia scampo di quella che mi può far pronunciare la frase “nessuno uscirà vivo da qui”.

Quei soliti 10

Quante più classifiche dei migliori dischi del 2012 leggo tanto più mi sorge spontaneo domandarmi che cosa sia cambiato negli ultimi 30 anni di musica.
A che serve che qualche trentenne (tipo Kristian Matsson) continui a fare dischi se i primi 10 posti della classifica sono sempre occupati da settantenni, sessantenni e cinquantenni?
E che gli stessi vengano citati in ognissanta recensione dove si parli di qualche giovane artista emergente?
Mi chiedo se manchi il coraggio di esporsi troppo confessando che piacciano alcuni dischi che si distaccano dall’ortodossia imperante o se ci sia comunque il bisogno di rimanere legati a vita sempre alle stesse figure, agli stessi suoni e alle stesse nenie, incantati a riascoltare a nastro una fiaba rassicurante, sempre quella per migliaia di volte, come accade quando siamo piccoli.
Insomma, mi piacerebbe leggere di dischi che mi sono perso, che per altri sono stati significativi, dischi per i quali rischierei anche un acquisto ad occhi chiusi.

Forse questo non accadrà mai, forse mi illudo che possa succedere, forse sono l’uomo più reazionario e conservatore del mondo… ma cazzo dietro quei dieci posti c’è un universo musicale che si muove, che ricrea, che reinventa, che sputa l’anima, che ci prova nonostante le distribuzioni scalcagnate, le autoproduzioni a costo bassissimo, i locali che pagano sempre meno, ci prova e regala emozioni, io cerco qualcosa di diverso da quei soliti 10, vi chiedo solo di dirmi se c’è quel qualcosa o se sto sbagliando tutto. Grazie.

 

The Wallflowers – Glad all over

Una irresistibile forza gravitazionale

Leggere certe recensioni mi fa ribollire il sangue nelle vene. Ricondurre la musica a somiglianze con questo o quell’artista può starci per un gruppo al suo primo disco ma non certo per chi, come i Wallflowers, ha alle spalle una carriera di tutto rispetto. Detto ciò, siccome non sono un giornalista, mi domando che cosa ci si aspetti che qualcuno inventi nel campo della musica nel 2012, io mi aspetto solo delle belle canzoni e qui ne ho trovate ben 12. Visto la lunga assenza dalle scene, Jakob e i suoi, credo abbiano sentito l’esigenza di un paio di pezzi che potessero girare nella fascia di alta rotazione nelle radio, brani che comunque, rispetto al flusso mono tono proposto dalle emittenti radiofoniche, si distinguono alla grande dalla massa. Per il resto la voce di Jakob è rimasta una voce che mi emoziona, un marchio di fabbrica di Wallflowers che con Rami Jaffee, Greg Richling, Stuart Mathis e Jack Irons ricompongono per 3/5 la stessa line-up della prima incisione. Leggi tutto “The Wallflowers – Glad all over”