Take me now, Patti, here as I am

Lo confesso, era il mio primo concerto di Patti Smith e quello che ho provato quando è salita sul palco è stato un insieme  di sensazioni contrastanti… fragile ma nello stesso tempo dura come l’acciaio, nonna ma anche di una freschezza, forza ed energia da fare invidia ad una ventenne, una grande umanità, semplicità ed empatia ma anche circondata da un carisma che la fa sembrare ultraterrena. Lei è Patti Smith e riesce a riunire 3 o forse 4 generazioni ad ogni suo concerto, ognuna delle quali vive il momento in maniera differente ma non fa niente perchè il suo magnetismo alla fine porta tutti li dove c’è lei, alla sua presenza, alle sue parole e alla sua musica. Il tour acustico mi ha permesso di entrare in intimità con lei, di penetrare nel profondo dei testi, delle storie, dei racconti e di cogliere l’essenza di cosa rappresenti questa donna straordinaria. Si muove, parla al cuore, saluta, è felice di essere su quel palco per la milionesima volta anche se sembra la prima per quanta freschezza ed entusiasmo riesca a trasmettere. Patti brilla di luce propria e all’intro di piano di Pissing in a river la commozione ed il contatto con la sua anima è totale, avrei voluto dirti  grazie Patti per avermi accompagnato con la tua musica per tutti questi anni e grazie per esserci perche senza di te sarebbe mancato qualche cosa di importante nella musica e dentro di me.

Ben Howard – I Forget Where We Were

Dilaniato…

Ci sono dischi che fanno troppo male ad essere ascoltati, dischi dei quali fa troppo male parlare, dischi coi quali è difficile pensare… sono quei dischi che ti tolgono il fiato, ti sollevano la pelle, ti aprono la carne e ti mettono a nudo l’anima, sono quei dischi che non dovrei comprare, quei dischi che una volta in più mi fanno capire come la musica possa essere devastante. Dopo l’ascolto del disco di Ben Howard mi sento come ridotto alla julienne eppure non riesco a rinunciare alla musica perchè è come una droga senza di lei starei di merda e con lei, come in questo caso, sto di merda. Sono 10 leggere, impercettibili passate di un bisturi affilatissimo le canzoni contenute in questo I Forget Where We Were, mi accorgo di loro solo quando il mio corpo incomincia a sanguinare e vedo colare il caldo, viscoso liquido rosso, lo sento allargarsi sotto di me e lo guardo uscire copioso, lo guardo e non posso farci niente, lo osservo fuoriuscire e mi sento debole, impotente, sento la testa vuota, il corpo, o quello che ne resta, è abbandonato, poveri resti di carne umana che diventeranno presto un pasto per le mosche. La mia anima fluttua sopra di esso, la vedo sul soffitto che sta abbandonando le sfumature di colore per diventare sempre più nero, l’ultimo sogno cerca di insinuarsi dentro la mia debole mente, un sogno che diventa immediatamente uno sfocato ricordo e viene anch’esso inghiottito dall’oscurità. Non ho più forza per reagire è il momento di lasciarmi andare e mi abbandono definitivamente alle acque che trasporteranno quel che resta di me lontano da quel sogno, lontano dalla mia anima, lontano da tutto.

Cheap Wine – Beggar Town

Finché c’è musica c’è speranza…


Qualcosa di buono dobbiamo pure avere fatto in Italia per meritarci i Cheap Wine. In un paese dove la parola “meritocrazia” riempie solo le bocche di chi vuole suggestionare i più deboli di mente che vada tutto bene e che il “sogno Italiano” è ancora possibile, io sto con le parole, la musica e la coerenza di una band che col passare del tempo continua a stupirmi, a sorprendermi ed emozionarmi. In un momento in cui non è facile vendere dischi e sarebbe stato molto più fruttuoso cavalcare melodie “ruffiane”, i Cheap Wine alzano le vele verso un oceano sonoro che fino a questo momento avevo potuto assaporare solo durante i loro concerti, un mare di sensazioni e di visioni che mi ha lasciato spiazzato e mi ha fatto innamore fin dal primo ascolto di questo disco. La cosa strana è che ho letto i testi http://www.cheapwine.net/pdf/beggar_town_testi.pdf solo dopo aver ascoltato il disco per più volte e mi sono stupito come le parole che la musica mi aveva suscitato, fossero quelle che Marco ha utilizzato per i testi, mai e ripeto mai, la corrispondenza tra le “mie visioni” ed i testi è stata così affine, alla luce di questo, il mio cuore mi suggerisce che  Beggar Town è il capolavoro di Cheap Wine, un disco perfetto, un equilibrio straordinario, un Rum invecchiato 18 anni che a berlo ora si riesce a cogliere tutti i suoni, i sapori e i profumi dei precedenti 9 dischi. Leggi tutto “Cheap Wine – Beggar Town”

Respect

Una volta c’erano i negozi di dischi, Raistereonotte, Mucchio Selvaggio, Buscadero, Velvet, Rockerilla… in media riuscivo ad ascoltare 3 dischi su 10 di quelli che acquistavo e dei rimanenti, 5 in media erano stati una buona scelta… i restanti due non sempre azzeccati. Bisognava interfacciarsi e trovare le giuste sinergie col recensore di turno o riuscire ad ascoltare qualcosa tra i solchi dei vinili messi a disposizione dai generosi gestori dei negozi! Il dibattito che ne nasceva era solo ed esclusivamente sulla scelta… “se avessi potuto ascoltarlo forse non lo avrei acquistato” (anche se non sempre questa affermazione corrispondeva al vero perchè un disco, che piaccia o no è un disco, un tesoro prezioso, comunque musica, comunque una emozione e lo avrei comunque portato a casa). Ora tutto è cambiato, ora c’è spotify, c’è youtube e prima di acquistare un disco ho tutte le opportunità per ascoltarmelo in lungo e in largo.
Dopo questo mi nascono spontanee due riflessioni.

1. Mi manca assolutamente il gusto della scommessa, della conquista, dello stupore… il tornare a casa con un disco chiuso, effettuare i riti del caso (apertura, annusamenti vari…) ed ascoltarlo per la prima volta, lasciarmi pervadere e lasciare fluire tutte le sensazioni… manca assai!!!
2. Non sopporto i dibattiti in merito, le recensioni tecnico-rimembranti e i giudizi sparati su qualsiasi piattaforma virtuale o cartacea che sia. Se un disco mi piace lo compro e lo ascolto, altrimenti non lo compro e non lo ascolto. Nessuno è più obbligato a comprare un disco a scatola chiusa e incazzarsi perchè si aspettava di più…

La musica che ascoltiamo è bella, non deve rispettare tempi, bpm, suoni o trend radiofonici e discografici. Io penso che un artista “dei nostri” se se ne esce con un disco, lo faccia perchè è convinto di avere qualcosa da dire, quello che in quel momento della sua vita vuole dire a noi tutti. Come tutto nel mondo può incontrare totalmente, o in parte o per niente il mio favore… ma mi sento comunque di rispettare, lui, lei, la band, chiunque abbia buttato anima e corpo in quel disco lo stesso rispetto che sento di avere sia per le band locali sia per qualunque nome di una Major (stronzo o simpatico che sia)… la musica arriva e lascia un segno e rispetto e ringrazio tutti quelli che fanno questo “sporco mestiere” senza i quali sarei completamente smarrito.

Chris Cacavas & Edward Abbiati – Me and the Devil

A reason to believe

Nonostante conosca Ed da tempo, quando sto per ascoltare un suo lavoro  provo la stessa emozione di un “primo appuntamento”.
Dovessi paragonarlo ad un eroe Marvel sarebbe Mystica perchè non so mai quale parte della sua anima mi apparirà davanti premendo il play del lettore. Io ti adoro Edward Abbiati perchè ogni volta lasci un po’ di te dentro ogni canzone. Me and the devil è un colpo di scena dopo l’altro, imprevedibile più di un romanzo di Crichton. Ogni brano è cosparso da lacrime, sudore e sangue, ogni canzone è un colpo d’ascia ben assestato che toglie pregiudizi, aspettative e speranze e scava diritto fino all’anima della musica.
La definizione soul è stata data a un genere musicale, ma in questo caso sento che questa è la musica della mia anima. L’inizio è sconvolgente e mi scaraventa all’interno di un nuovo mondo dell’Abbiati Sound, un po’ come entrare nell’armadio di C.S. Lewis: un mondo conosciuto ma nello stesso tempo ancora tutto da scoprire, pieno di nuovi paesaggi e creature dove ogni certezza viene minata, dove ancora una volta Ed mi chiede di fidarmi… ed io lo faccio, sono completamente nelle tue braccia Ed, puoi portarmi dove vuoi ed io ti seguirò. Leggi tutto “Chris Cacavas & Edward Abbiati – Me and the Devil”

Breathe owl breathe – Passage of pegasus

Senza via d’uscita

Un disco ha la sua anima, il suo carattere una sua personalità. Un disco è come un riflesso dell’anima, risponde a quello di cui ho bisogno in un determinato momento della mia vita e continua a farlo perchè dentro di esso avrà sempre le risposte che cerco, può cambiare il tempo, l’età, l’umore, può cambiare qualunque cosa ma un disco per me resterà sempre uno specchio della mia anima. Un disco è fedele, è sincero e non mi nasconde mai nulla. Uno stesso disco può darmi in momenti diversi sensazioni diverse dalla pace alla disperazione, dalla gioia al dolore, da una stretta allo stomaco ad una risata a crepapelle. Un disco paca od ingigantisce i miei stati d’animo, un disco mi fa pensare, mi fa sognare mi porta ad uno stato di consapevolezza di me stesso, della mia condizione che nulla al mondo potrebbe riuscire a fare. A volte mi capita, e questo è uno di quei giorni, di imbattermi in cose come l’ultimo di Breathe owl breathe… che risulta essere devastante… e allora tutto cambia, tutto assume una luce diversa e capisco che quello che pensavo, che credevo e che speravo, oggi non è più valido. Passage of pegasus, questo è il titolo, mi ha resettato, mi ha tolto il fiato è un inizio, è una fine ma non è una risposta, resta sospeso, indecifrabile scolpito sulla mia pelle come una cicatrice che non riesce a rimarginarsi completamente che ascolto dopo ascolto si apre e poi si chiude ed ogni volta mi lascia con le bende in mano a chiedermi perchè continui ancora ad ascoltarlo, perchè nonostante tutto, continui ancora a farmi inondare da lui e quante pareti dovrò continuare a spezzare per arrivare alla sua verità senza continuare a ferirmi senza che un giorno mi invada e l’altro mi getti nella polvere? Un disco che non mi lascia il tempo di sognare perchè subito mi chiude ogni strada che pensavo avesse aperto. Mi è impossibile rinunciare quindi non mi resta altro da fare che continuare a perdere e a perdermi dentro di lui.

Houndstooth – Ride Out The Dark

Io + Houndstooth = Anime gemelle

Ci sono dischi e dischi, quelli che mi piacciono e quelli che non sfango, quelli che ascolto una volta e poi basta e quelli che mi provocano un ascolto compulsivo, quelli che tengo da anni sull’ipod e quelli che non ci stanno ma che vorrei tenere sull’ipod, ci sono dischi stagionali e quelli umorali, si sono i dischi da macchina e quelli da cuffie infine ci sono i dischi che mi si impiantano dentro e sono quelli che preferisco. Il loro funzionamento è simile a quello di un pacemaker, regolano l’afflusso del sangue e fanno battere il cuore assecondando l’intensità delle canzoni, sono quelli che entrano direttamente dalla pancia e soprattutto sono quasi sempre quelli che meno mi aspetterei che lo facessero… bene,  Ride Out The Dark è uno di quelli. Nella mia vita mi è capitato raramente di conoscere una persona e sentire come se la conoscessi da sempre (le volte si contano sulle dita di una mano), con i dischi mi è capitato un po’ più spesso… questo è uno di quei casi. Cosa hanno in più Houndstooth? francamente non lo so e altrettanto francamente non mi interessa indagare, so solo che provocano dentro di me un moto di familiarietà, una corrispondenza di un legame inconscio a qualcosa che sapevo esistere da qualche parte e che ora o trovato, insomma una risposta ad una richiesta subliminale. Entrando nel merito, ci sono due brani che sopra tutti gli altri mi fanno aumentare le pulsazioni: Baltimore e You Won’t See Me, le restanti 8 mi fanno cadere in uno stato tra il catatonico e l’ipnotico, non hanno nulla di straordinario ma nello stesso tempo non riesco a staccarmi da loro, sono come 8 cerotti applicati su altrettante ferite che restano lì a coprirle a prescindere dal fatto che si siano abbondantemente rimarginate. Leggi tutto “Houndstooth – Ride Out The Dark”