Tedeschi Trucks Band: Revelator

Il bianco ed il nero!
Ike and Tina… ecco chi mi viene in mente! Però Bianchi! Dereck Trucks e Susan Tedeschi, oltre che nella vita, ora si sono uniti anche in un matrimonio musicale, Susan canta come non mai, la band (9 elementi + Derek) suona meravigliosamente e il risultato mi esalta! Tanto soul, una buona dose di blues, un pizzico di gospel e mettiamoci anche del R&B, il tutto immerso in una buona tradizione di “Americana”. Mettiamo che la giornata sia la prima con un po’ di sole da 5 giorni, mettiamo anche che le vacanze si avvicinano, mettiamo anche che lo stavo aspettando… beh mi viene voglia di un’amaca, una bibita e posizionare il cervello in stand-by, l’unica energia che riesco a sprigionare è quella del pollice sul tastino UP del volume dell’iPod perchè quando si libra la chitarra di Derek Trucks (in certi passaggi molto Pat Metheny style) mi libro anch’io nel vuoto della mia più totale apatia. Un disco d’altri tempi che trova ispirazione nelle radici della musica americana indistintamente bianche e nere che siano (come i Pokemon) molto ricco di particolari e curato alla perfezione! Mi sento come su di uno scivolo di Aquafan, lo affronto, ne assecondo le curve, sento il beneficio dell’acqua fredda sul corpo arrostito dal sole,  tenego il fiato fino in fondo, fino al tuffo nella grande piscina della musica.

Seasick Steve: You Can’t Teach An Old Dog New Tricks

“Tazzato” di Blues
Eccomi qui, con lo sguardo perso nel vuoto e le cuffie a pensare a quello che sono… Io faccio la spesa al supermercato, ho l’abbonamento a SKY,  ho una casa accogliente, ho il calore di una famiglia, ho un letto in cui dormire, compro on-line,  ho una carta di credito a disposizione, ho un lavoro, ho tutto il necessario per vivere bene e anche tanto di superfluo, ho anche una chitarra a 6 corde ma provo una profonda invidia per Seasick Steve che non ha mai avuto niente di tutto questo e possiede una chitarra a 3 corde con la quale compie prodigi. Non riuscirei mai a vivere per strada come ha fatto lui, scappato da casa nel 1954 all’età di 13 anni, è vero che lo ha fatto per fuggire dai continui abusi a cui era sottoposto… ma questo non lo ha reso un looser, lo ha reso forte, di una forza che viene da dentro e che è sfociata in un talento immenso ed una energia che ha convogliato tutta sulla musica. Ascoltarlo suonare mi risveglia impulsi ancestrali, è una musica che mi prende alla pancia che mi attorciglia le budella e che che implode dentro. È qualcosa che travalica il blues, è una musica che mi provoca brividi e convulsioni,  è una broda primordial-musicale che probabilmente esisteva all’inizio della vita insieme al primo organismo monocellulare, è una musica scaturita dal big-bang che è rimasta nella composizione cromosomica del DNA, so che Gil Grissom potrebbe scovarla e sintetizzarla ma è molto più facile berla direttamente dal calice che Beard Steve mi porge al quale mi voglio abbeverare senza ritegno fino ad ubriacarmi della sua musica…

The Wave Pictures: Beer in the Breakers

Ho ritrovato il fanciullino che è in me…
A volte ho bisogno di certezze, un po’ come Linus con la sua coperta e allora mi rifugio, come facevo da piccolo nascondendomi dentro l’armadio dei miei genitori, in suoni, odori e sapori che riescono a ricrearmi quel rifugio protetto e sicuro. L’undicesimo disco dei The Wave Pictures è una di quelle cose che ricrea quell’atmosfera, come il Brandy dall’etichetta nera! Nessuna novità, nessun sussulto ma Beer in the Breakers riesce a ricreare misteriosamente quel bozzolo al cui interno mi sento come se non possa accadermi nulla di male! Il mistero ho scoperto, sta nella varietà musicale proposta da questi ragazzi inglesi, che svaria nel sound dell’ultimo quarto di secolo passato. jazz, blues, garage, folk inglese e sonorità d’oltre oceano dei primi ’80… ma quello che mi fa impazzire sono i  tanti assoli che riescono ad infilare dentro i brani , quelli che solitamente mancano in tanti dischi di studio e che invece trovano spazio nei live! ecco… quando penso… qui ci starebbe bene un assolo… beh ecco che arriva!!! una serie di piccoli orgasmi musicali ravvicinati incastrati in ballate, r’n’r e folk songs. Quello che adoro è come raccontano le cose… mi sembra di sentir parlare un bimbo di 5 anni, piccole semplici storie narrate su un tappeto musicale che entra sotto la pelle immediatamente. Le loro canzoni mi suscitano continui flash a volte sento i Doors, a volte i Television, a volte gli Smiths, altre i Belle and Sebastian ma poi li riascolto e cambiano, si mischiano si confondono e poi mi perdo tra scatole di scarpe, cappotti, parrucche, sciarpe e cravatte …e ritorno bambino!

The Apache Relay: American Nomad

I rimedi del Dr. Reckeweg

Lo sapevo che una copertina come quella di American Nomad non poteva che racchiudere dele belle canzoni e così è stato! Interno notte ore 23.30 in TV Thunder vs Mavs, come sempre, Mac on the legs, mentre sfoglio Mojo e Uncut ed ascolto qualcosa (ebbene si… sono solito fare 4/5 cose contemporaneamente). Arrivo sulla pagina di http://www.americansongwriter.com/ ed incomincio a curiosare…. solite cose… Jeff Bridges farà un disco solista prodotto da T-Bone Burnett e mi annoto un po’ di uscite… scorro la sezione reviews e mi imbatto in The Apache Relay! I Thunder sono avanti ma so che alla fine perderanno, apro la pagina e mi trovo al cospetto di una copertina strepitosa, i quattro su di una tandem (mi ricordano  i Beatles) e la curiosità mi rende famelico. Sulla web page della band solo poche cose… allora che faccio? 6.99$ COMPRO!!! Apple lossless! L’ASDL stasera è veramente lenta, intanto i Mavs recuperano e vincono e mentre KD col suo zainetto indosso parla… ecco sgorgare le prime note di Cant’t wake up che sembra proprio un invito a restare li ad ascoltare il resto! The Apache Relay vengono dalla parte “incontaminata” di Nashville, questo American Nomads è il loro secondo disco e, oltre a brani originali, contiene una strepitosa versione di State Trooper di Springsteen. il disco reca con sè tutti gli ingredienti che vorrei in un disco tardo primaverile da godersi all’aria aperta. Il suono è fresco e potente ricorda Fleet Foxes, Arcade fire e  Decemberists! l’alternanza tra folk-songs, ballads e canzoni più tese, dona un equilibrio particolare a tutto il disco. Power hungry animals è una splendida folk-song, Mission bells ha qualcosa di John Lennon, Lost kid è una travolgente sing a long song! Water hole è molto soul oriented e odora alla stragrande di Motown! American Nomad lavora sui territori di springsteen, grande lavoro del violino e ritmo incalzante. When i come home è una bella ballata acustica che lascia spazio alla nervosa e tesa Home is not places, l’album si chiude con la rassicurante Some people change! Tutto quello che avrei voluto avere da un disco l’ho trovato qui, la sintesi perfetta del trend sonoro di cui ho bisogno! Gli Apache Relay sono come la medicina omeopatica c’è a chi fa effetto e a chi no con me funzionano alla grande, li adoro!!!

Kurt Vile: Smoke ring for my halo

Carpe diem!
Sabato pomeriggio, ho un paio di dischi che vorrei ascoltare questo ad esempio, ne parlano tutti anche RootsHighway si chiama… si chiama…!? Kurt Veill (ah no quella è un’altra storia!) Assopito all’ombra del mio nuovo gazebo, le canzoni di Kurt Vile (che si pronuncia come quell’altro) mi scorrono sul corpo come una taumaturgica acqua benefica e lasciano libero sfogo ai pensieri più scrausi. Mi chiedo se sia pop o rock o lo-fi… ma perchè fermare la mia mente per sprecare il tempo ad incasellare una musica che a tratti mi ricorda Lou Reed a tratti i Beach Boys ma anche James Masics…??? é primavera, è tiepido, sto bene e non penso a niente, sento addirittura odore di rose, ho un sorriso ebete stampato sul volto e la leggerezza di Smoke ring for my halo ha lo stesso effetto su di me dei fiori di loto! Dovrei ritrarmi davanti ad una proposta musicale quasi commerciale!!!? si sento di doverlo fare… eppure… se a 47 anni mi diverto ancora a giocare con i lego perchè dovrei vergognarmi di dire che questo disco mi fa stare bene? Kurt Vile santo subito!!! ecchissenefrega di tutto il resto?! dovrei mantenere un atteggiamento distaccato ma una canzone dopo l’altra mi sento sempre più avvolto dalle loro trame melodiche suadenti e perfide… si vabbè… di roba così ne ho sentita a cariolate ora cambio!… poi arriva Runner ups… ancora un minutino ahhhhhh!!! sarà il dopopranzo, la brezzolina leggera che mi solletica, il materasso morbido… ma mi sento cullato, coccolato, rassicurato… ecco si, mi faccio una zighi… ecco si! sento l’ultima poi metto qualcos’altro… ecco si!… In my time…. ripiombo in stato catatonico, non ho più voglia di lottare… mi abbandono a questo mio stato di leggerezza dell’essere e mando a cagare tutto il resto! Ho abbassato le difese, sono in balia di questo ragazzotto di Philadelphia (dove non sono stato ma lì ci giocava, con il numero 6, Doctor J, alias Julius Erving, il mio idolo di sempre, in materia di basket) e Ghost Town mi trova impreparato, come un bambino per la prima volta a cospetto dell’oceano… e allora vai di loop… perchè voglio inabissarmi totalmente nell’oblio, in questo pomeriggio di maggio, assuefatto e ammansito da KurtVile… domani chissà.. forse il disco resterà sull’iPhone 15 giorni e poi me ne dimenticherò per poi eliminarlo dovendo far spazio ad altre cose.. ma anche no, perchè forse sarò ancora qui, drogato e intontito da Smoke ring for my halo. Per ora… colgo l’attimo e torno a smarrirmi tra i meandri della mia mente e tra i miei sogni in un vivifico stato di torpore generalizzato!!!

Hot Tuna: Steady As She Goes

Buon Tonno fresco
I used to think, wherever I wandered,
Nothing would ever, ever come to woe;
But that’s all gone now and I don’t worry;
What’s the future for me and my friends;
Well, I just don’t know.

In Ode for billy dean nel 1972, Jorma Kaukonen vergava nero su bianco questa profezia ed oggi, a 41 anni dal primo disco in studio e a 21 dall’ultimo, gli Hot Tuna tornano a regalarcene un’altro!

Quando ho visto Hot Tuna ho pensato: alè ai sém! sarà un nuovo live o una nuova raccolta… vabbè!!! Ma sono curioso come Ulisse (non l’omerico eroe ma il delfino) e con grande “intuito” mi sono accorto subito dalla preview di Angel of darkness che invece si trattava di un disco nuovo. Non posso dire che è un gran disco ma che sia buono… beh!!! questo è indubbio! Jorma Kaukonen (voce e chitarra) e Jack Casady (basso) garantiscono la solidità e la continuità, Barry Mitterhoff (mandolino) e Skoota Warner (batteria) e la produzione di Larry Campbell danno la quadratura del cerchio per un grande ritorno! Questi anziani signori non hanno mai smesso di suonare… e si sente!!! e tra riletture e brani originali quello prodotto è un ottimo risultato, solido roots-blues, bei suoni e grande impatto sonoro e per me, che a volte cado in nostalgiche crisi mistico-musicali, questo Steady As She Goes non rappresenta un ritorno al passato ma un fresco refolo di buona musica che allieterà per un po’ le mie giornate ed arricchirà le mie playlist quotidiane!

Israel Nash Gripka: Barn Doors and Concrete Floors

Un viaggio in Israel
Questi sono i fatti. Ottobre 2009, Israel insieme a Ted Young sorseggiano birra ed ascoltano i vinili che Israel ha portato con sè dopo un tour in Europa, tra una battuta e l’altra nasce l’idea di registrare un nuovo disco attrezzando un granaio a studio di registrazione, prima di aprire l’ultima “BUD” decidono di riporla in un armadio e di berla a progetto terminato. In menchenonsidica acquistano tramite un annuncio sul giornale un granaio a Catskill Mountain (Albany nello stato di New York) e qui insieme a Steve Shelley (Sonic Youth), Joey McClellan (Midlake/The Fieros), Eric Swanson, Aaron McClellan (The Fieros), Brendon Anthony, Jason Crosby, and Rich Hinman in 8 mesi, tra bagni nel fiume e falò, registrano il disco grazie “all’umile opera ingegneristica” di Ted Young (Gaslight Anthem/Kurt Vile). Read more “Israel Nash Gripka: Barn Doors and Concrete Floors”

Okkervil river: I am very far

Odi et amo
Ascoltando l’iniziale The valley e la successiva Piratess sono già in paradiso, sound anni ’80 batteria, tastiere, archi, fiati… insomma un tripudio vintage, che visto il mio amore sviscerato per la musica di quegli anni mi cattura e mi fa impazzire!!! Poi colto da dubbi spingo il tasto “HOME” del mio iPhone per controllare di non aver sbagliato disco… no no!!! sono proprio gli Okkervil River, già ne ero attirato ma non era mai scoccata la scintilla della passione, ora ne ho una cotta e li amo perdutamente!!! Insomma è stato come accorgermi che quella mia amica di vecchia data ora che si è tagliata i capelli, ha cambiato modo di vestirsi e di comportarsi mi piace e tanto!!!  Dico subito che per chi tra voi, amiche ed amici delle backstreets che coraggiosamente mi leggete, è legato al suono della band e soprattutto a Down The River of Golden Dreams, loro splendido secondo album, ascoltando questo I am very far storcerete alquanto il naso, il suono è cambiato Will Sheff ha dato una svolta al sound, al suo stile compositivo ed al lavoro in studio. Il disco risulta “altro” rispetto al passato. Rider è epica, una cavalcata rock verso terre inesplorate (in continuo loop in cuffia) e poi la successiva splendida ballad Lay of the last survivor (quanto di più vicino al “vecchio sound”) chiude un pokerissimo di songs che da solo, per me, è valso l’acquisto! L’atmosfera è quanto mai “sinfonica”, molti direbbero barocca, io l’adoro così ricca, a volte rindondante e nello stesso tempo indispensabile per queste canzoni. Un grande dispiego di forze, 14 musicisti, (due batterie, due bassi, due piano e sette chitarre) e di accorgimenti musicali (vedi l’uso della carta di giornale come base percussiva). Un disco di impatto emotivo e sonoro dove ho sbattuto il muso nel muro musicale creato da Will Sheff che sembra dirci che gli Okkervil, quelli che conoscevamo, sono dietro, ora, per segurli, dobbiamo scavalcare questa parete che per chi desiderava i suoni rarefatti, sgangherati dei precedenti dischi è un limite invalicabile, per chi invece è pronto ad alzare il volume dei riproduttori a livelli di decibel oltre la soglia consueta, diventa una vera e propria liberazione.. ed io l’ho fatto ed ora sono liberoooooo. Da tiepido estimatore della band mi ritrovo ad essere completamente rapito, assoggettato, ricattato e grato a Will Sheff per questo piccolo capolavoro! Uno dei dischi più belli dell’anno o forse tra i più deludenti, insomma, un disco da “odi et amo”, se ne dibatterà a lungo ma, personalmente, ascolto dopo ascolto I am very far è diventato il mio compagno inseparabile la grandezza e il coraggio di Will Sheff sono tutti nell’aver saputo seguire il flusso delle note e delle emozioni che devono averlo invaso, quando in testa gli frullavano suoni diversi  per dirlo in una parola… catartico!

Ben Harper: Give till it’s gone

Zero Tituli!!!
La voce è sempre la stessa, l’incedere elegante e la scrittura fluida (troppo fluida), le canzoni sono belle eppure…. è come se mancasse qualcosa… si ma che cosa?… si ecco manca Ben Harper!!! C’è molta buona musica in questo disco, c’è del pop, del rock, un pizzico di Neil Young, qualche Jackson Browne, Ringo Starr Q.B. e una manciata di rock ’70 ma il tutto risulta insipido, insapore come un vino dall’odore esagerato che quando passa in bocca non lascia traccia… dov’è il Ben Harper che conosciamo? quello della steel guitar? quello che ci faceva rimanere in tensione per un intero brano, quello che sapeva regalare emozioni attraverso ballate straordinarie?  dove sono il soul, il funk, il blues? quel groove del tutto personale e particolare che il nostro aveva creato miscelando tanti ingredienti della musica dei padri (neri e bianchi che siano)? non cerco un altro Fight for your mind, ma di rivivere quelle emozioni, si, a Ben Harper mi sento proprio di chiederglielo. Comprerò Give till it’s gone, come ho comperato i 9 precedenti più gli affini, lo ascolterò, lo passerò in radio, inserirò Rock N’ Roll Is Free nella mia playlist estiva da tenere in auto poi probabilmente non ne avrò più ricordo, uscirà dagli aggiunti di recente e creando playlist per le Backstreets passerà sotto i miei occhi senza provocare moti di trascinamento della traccia. Give till it’s gone è un bel disco con tante belle canzoni, ma zero emozioni, vale l’acquisto per la qualità ma non aspettate di trovarci il Ben Harper che conosciamo!!!

Owen Temple: Mountain Home

L’amo, non l’amo…. l’inconsapevole leggerezza nello scrivere…. 
Come la musica colpisca diversamente gli animi delle persone è un mistero inviolabile, le alchimie sono differenti per ognuno dei 7 miliardi di donne e uomini della terra, per questo non metto sotto processo i giornalisti che si occupano di musica perchè le sensibilità di ognuno sono differenti, ma penso che ad essere giudicato debba essere il disco e non le intenzioni o i progressi degli autori. Un artista lontano dalle pressioni delle major, esce con un disco quando lo “sente pronto” perchè attraverso la sua musica vuole comunicare qualcosa. Owen Temple è un onesto e generoso musicista texano, tanto generoso da donare il 100% del ricavato delle vendite di Mountain Home, se acquistato per entro il 19 maggio attraverso il suo website, alla Jeff Davis County Relief Fund and to the State of Texas Agriculture Relief Fund! Mountain home è il suo sesto disco ed è un bel disco! Registrato e prodotto da Gabe Rhodes, si avvale del contributo di Charlie Sexton al basso ed alla baritone guitar, Bukka Allen alle tastiere, Tommy Spurlock alla pedal steel e Rick Richards alla batteria. Le canzoni sono scritte da Temple e in cooperazione con Adam Carroll, Scott Nolan e Gordy Quist (di the Band of Heathens). Atmosfere folk, blues, and bluegrass per 10 brani totali che ci regalano abbondanti 30 minuti di buona musica dove a risaltare non sono alcune song in particolare ma l’omogeneità dei suoni e a trionfare è la buona musica! Fino a 20 anni fa eravamo a conoscenza a malapena del 10% della produzione musicale statunitense, ciò che ci arrivava tra le mani era la “prima scelta” già filtrata e selezionata, ora che possiamo arrivare a conoscere l’80% del prodotto interno lordo della musica made in U.S.A. dobbiamo anche renderci conto che di dischi straordinari ne usciranno 10 l’anno per il restante ognuno giudichi non cercando tra le tracce la hit o il grande pezzo ma la passione e l’amore per la musica che personaggi come il nostro Owen Temple riescono ancora a trasmetterci con dischi come questo Mountain Home!